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Cerasuolo d’Abruzzo: cerentola di lusso del vino abruzzese

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Ultimo Aggiornamento: giovedì, 14 Febbraio 2019 @ 22:53

Riprendendo un articolo della prestigiosa rivista italiana di vino e cultura gastronomica Civiltà del Bere, ritorna l’attenzione sul tema della capacità di invecchiamento dei vini abruzzesi.

Nel numero di qualche mese fa, la rivista ha affrontato il tema “Anche i rosati invecchiano”: una panoramica sulle zone più vocate per la produzione di vino rosato con un approfondimento su alcuni vini capaci anche di invecchiare anche per oltre 10 anni.

Tra questi, al fianco di vini del Garda bresciano, del Salento, dell’Alto Adige, della Calabria e del Vulture, compaiono due vini di cantine abruzzesi. Questo aspetto merita ogni attenzione e riflessione sia nella cerchia degli esperti che tra i produttori che tra i rappresentanti politici chiamati a delineare le giuste politiche di sviluppo del settore vitivinicolo regionale. Dato per assodato che il Montepulciano d’Abruzzo è un vino capace di sopportare lunghe attese in cantina (memorabili, solo per citarne alcune, la degustazione dal titolo “Il Montepulciano visto da lontano” organizzata alcuni anni fa dalla Provincia di Teramo per investigare la tenuta nel tempo del rosso abruzzese e la degustazione all’ultimo Vinitaly tenutasi nel Padiglione Abruzzo con vini a partire dall’annata 1968), sperimentato che anche il Trebbiano e il Pecorino presentano discrete capacità di invecchiamento, resta di capire quanto il Cerasuolo d’Abruzzo può fregiarsi dell’appellativo di vino da invecchiamento.

A suo sfavore gioca una caratteristica che il degustatore cerca proprio in questa tipologia di vino: la presenza di note floreali e fruttate e di una spiccata freschezza che l’invecchiamento farebbe indubbiamente sparire, modificando proprio l’essenza stessa del Cerasuolo. Ma questa è anche la recente storia di alcuni vini bianchi di cui abbiamo, con il tempo, imparato ad apprezzare le note evolute e le mineralità abbandonando le classiche sensazioni di freschezza, acidità e fruttato.

Questa riflessione, trascina con se altre riflessioni di cui almeno due sono basilari. La prima riguarda la difficoltà che incontra il Cerasuolo d’Abruzzo nell’affermarsi quale vino da tutto pasto ma per nulla banale e scontato, capace di sostenere il confronto con cibi dal gusto importante e profondamente diverso quali il baccalá, il classico maccherone alla chitarra abruzzese senza disdegnare approcci con pesci al forno. La seconda riflessione cade nel periodo che precede l’apertura dell’importante palcoscenico del Vinitaly: qui la classe politica regionale presenta i valori del suo territorio vitivinicolo e investe risorse per promuovere i prodotti della sua terra, per cui appare necessario dare anche al Cerasuolo una vetrina di lusso, proprio investigando le potenzialità di crescita e le possibili trasformazioni di questo prodotto. Certo, non si deve pensare ad un evento “spot” ma ad una vera e propria strategia che si dipana per un periodo giustamente lungo. A

ltri territori italiani sembrano essere avanti all’Abruzzo nella promozione del vino rosato, per cui va recuperato terreno e tempo perso. La politica regionale è chiamata a sostenere i produttori nella promozione di questo prodotto che solo poche regioni italiane producono con questi quantitativi e, soprattutto, con questa qualità. I produttori, invece, sono chiamati a sperimentare nuove interpretazioni del Cerasuolo così da stimolare la curiosità del grande pubblico del vino e della distribuzione. Il Vinitaly è alle porte, la vetrina è di quelle da non perdere, l’occasione è ghiotta. Se giustamente stimolato, il Cerasuolo d’Abruzzo non delude ma conquista.

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