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Castelli, la protesta degli artigiani: “Abbandonati a noi stessi”

Ultimo Aggiornamento: martedì, 24 Ottobre 2017 @ 16:53

“Da quasi un anno non possiamo accedere ai nostri laboratori di ceramiche, imprigionati nella zona rossa. Se non parte subito la ricostruzione post-sisma, la gloriosa tradizione artigiana di Castelli rischia seriamente di morire”. È unanime il grido di dolore degli artigiani di Castelli, uno dei poli mondiali della maiolica, colpito duramente dai terremoto del Centro Italia dell’ultimo anno, in particolare dalle scosse di ottobre 2016 e gennaio di quest’anno.

Su 20 botteghe del centro storico, la metà risulta oggi infatti inagibile; fuori dal centro, invece, 4 su 16. Gli eventi sismici hanno inferto danni anche a una quindicina di fabbriche della ceramica nella zona industriale. Del resto, la ricostruzione stenta a decollare: nel centro storico sono ancora 45 le unità abitative classificate “E” con danni strutturali a seguito del terremoto dell’Aquila del 2009, cui se ne sono aggiunte altre 20 dopo le scosse più recenti.

Le famiglie sfollate sono oggi nel complesso più di 70, metà delle quali da molti anni. A rischio è finita, alla luce di questo quadro, un’attività economica antica di quattro secoli, legata all’arte della ceramica e che esprime ancora oggi un eccellenza di cui è testimone la mostra “La tradizione del futuro”, che resterà aperta fino al 3 settembre, per celebrare i 110 anni della scuola d’arte. Accanto alla kermesse c’è anche la quinta edizione del “Festival della Storia dell’Arte”, che terminerà il 1° settembre e che ha visto come padrino il critico d’arte Vittorio Sgarbi. E ancora altre esposizioni e la celebrazione dei 400 anni del soffitto a tavelle di ceramica della chiesa di San Donato, definita dallo scrittore Carlo Levi la “Cappella Sistina” della maiolica.

Tutte iniziative messe in campo dall’amministrazione comunale del sindaco Rinaldo Seca, non ancora trentenne, per favorire l’afflusso di turisti, inevitabilmente crollato dopo le calamità sismiche, e per tenere alta l’attenzione sui problemi che attanagliano la capitale della ceramica. Nelle parole dei diretti interessati, artigiani e imprenditori, si può toccare con mano la portata di queste difficoltà, ma anche la voglia di lottare e andare avanti.

“Il mio laboratorio – spiega Ivano Pardi, storico artigiano locale – era ospitato nella storica bottega del Cinquecento di Orazio Pompei, tra i più grandi ceramisti dell’epoca. Ora è inagibile, perché il palazzo di fronte è stato danneggiato e dopo 10 mesi non sono state effettuate ancora le opere di messa in scurezza che mi consentirebbero di rientrare. Così non posso produrre né vendere. Se non ci saranno novità sarò costretto ad andare via da Castelli, e ad aprire altrove, in qualche modo devo pur campare”.

Pardi è uno degli artigiani che ha fatto richiesta di utilizzare uno dei sei box di legno donati dalla Caritas, grandi circa 15 metri quadri, collocati alle porte del centro storico. Ma le assegnazioni ancora non vengono effettuate. “Il box mi consentirà di tornare a esporre i miei prodotti anche se ovviamente i turisti non sono più numerosi come una volta – prosegue – Resta, poi, il problema della produzione, perché il mio forno resta ‘imprigionato” dentro la bottega. Con i fondi post-sisma a favore delle attività produttive andrebbero realizzati laboratori provvisori attrezzati, il box per la sola vendita non è sufficiente”.

Spostandosi più a valle, nell’area industriale, ci si trova di fronte a problemi analoghi, come testimonia Angelo Giosuè, titolare di uno stabilimento che produce ceramica artistica d’arredamento e da tavola, commercializzata in tutta Italia e anche all’estero. “Dopo il terremoto dell’Aquila, il mio stabilimento aveva subìto danni alle scorte e alle attrezzature, solo in minima parte rimborsati – ricorda – Il sisma 2016 ha invece danneggiato parzialmente lo stabilimento. Sono venuti a fare i sopralluoghi e da allora non sappiamo più nulla”. “Poi è arrivata la grande nevicata di gennaio, che ha distrutto il tetto, che ci siamo riparati da soli. Per fortuna la produzione non si è fermata e non dipendiamo dal turismo in loco – spiega – che è notevolmente diminuito, visto che vendiamo la nostra merce fuori. La situazione resta difficile”. “La verità – conclude l’imprenditore – è che già all’indomani del terremoto 2009 siamo stati abbandonati a noi stessi. Ma dovrebbero capire che se non aiutano, per esempio con sgravi fiscali di lunga durata, di almeno 5 anni, l’industria della ceramica, che è il motore di tutta quest’area interna, sarà inutile ricostruire le case perché resteranno vuote, visto che senza lavoro tanti giovani saranno costretti ad andarsene”.

LA VISITA DI SGARBI. “Lo Stato, come del resto ha riconosciuto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, è in grave ritardo. Certo, Castelli ha avuto un danno più limitato, rispetto ad esempio all’Aquila o ad Amatrice. Ma proprio perché più limitato, meritava un intervento più immediato, invece di buttare soldi in insensatezze”. Così il critico d’arte e mattatore televisivo Vittorio Sgarbi, ieri sera a Castelli, borgo della provincia di Teramo alle pendici del gran sasso, per l’apertura della quinta edizione del Festival della storia dell’arte, facendo il punto a un anno dal terremoto che ha colpito il centro Italia. “Del resto però le pastoie burocratiche fanno si che anche se ci sono i soldi, non si riesce a procedere. E così i luoghi non vengono restituiti nei tempi giusti alla loro necessità di essere vissuti e visitati, rimessi in sesto – ha continuato il critico d’arte – Sgarbi ha messo in evidenza la necessità “di restituire vita e vocazioni alle aree interne d’Abruzzo e d’Italia, e sopratutto ribaltare il pregiudizio del loro essere periferia di un altrove”.

“Questi luoghi sono solo apparentemente periferici – ha spiegato – Roma e Milano sono più il centro, dove c’è necessità di andare fisicamente. Le nuove tecnologie ti consentono di essere al centro anche a Penne, Guardiagrele, e appunto a Castelli. Tra stare in una periferia di una città, a tre quarti d’ora dal centro storico, e vivere in un borgo bellissimo, non vedo la differenza. Non viviamo più in quel modello di società dove per trovare lavoro si doveva necessariamente emigrare e trasferirsi. Oggi si possono avere intuizioni e realizzarsi vivendo in borghi apparentemente remoti, ma in realtà al centro della macchina produttiva. Questo ritorno alla condizione di vita nei borghi antichi può essere un’impresa formidabile, possono diventare luoghi residenziali, non solo turistici. I giovani lo stanno capendo. In questi luoghi più piccoli si trovano dimensioni umane che si perdono in grande città anonime”. Per Sgarbi, “serve la coscienza e la sensibilità di chi già vive in questi luoghi, che sono in fondo a un’ora dalle città più importanti, grazie anche ad una rete autostradale consolidata. Vivere in un borgo è un’esperienza di maturità e intelligenza, che va incentivata, favorita e accresciuta. Va fatto capire che vivere in luoghi meravigliosi come Castelli è un privilegio, non certo un esilio”.

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