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Per il No al Referendum, nella tradizione del PCI e della Sinistra: la lettera dell’ex segretario PD Teramo

Ultimo Aggiornamento: venerdì, 27 Ottobre 2017 @ 1:48

Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera aperta dell’ex segretario del PD Teramo, Mirko De Berardinis sul Referendum Costituzionale del prossimo 4 dicembre.

In vista del prossimo referendum costituzionale stiamo assistendo, negli ultimi mesi, a subdoli tentativi di far passare questa contro-riforma come un progetto di cambiamento legato alla storia della sinistra italiana, da poter collocare nell’ambito della tradizione politica del PCI. Questi ingannevoli richiami hanno avuto inizio mesi fa con l’intervento del Presidente Renzi che in un comizio a Bergamo parlò di una sostanziale uguaglianza tra la sua riforma e la posizione a favore del monocameralismo del Segretario del PCI Enrico Berlinguer.

Da allora, questa ambigua mistificazione di Renzi è stata replicata da altri esponenti del PD, a partire dal Ministro Boschi per arrivare a molti dirigenti locali. In un crescendo di falsità storiche sono così rimbalzate, in giro per tutto il Paese, molteplici dichiarazioni che hanno narrato di legami e collegamenti di questa Riforma con la posizione tradizionale del Partito Comunista Italiano, partendo dalle idee di Togliatti fino a quelle di Ingrao e Cossutta.
Urge, pertanto, fare chiarezza sull’argomento e smentire le assurdità fin qui proclamate, ricostruendo la verità circa le posizioni del PCI.
Un’apripista importante sulla questione istituzionale fu Nilde Iotti che nel 1979, in un suo intervento su “l’Unità”, dichiarò di essere a favore di un “bicameralismo differenziato”.

Nell’aprile del 1981 si svolse a Palermo il 42° Congresso Nazionale del PSI. Craxi lanciò la proposta di una “Grande riforma delle Istituzioni” in chiave presidenzialista. Il PCI ritenne allora di voler definire la sua posizione in materia, proponendo un progetto di rinnovamento democratico delle istituzioni, alternativo a quello di Craxi. In quest’ottica, la posizione politica del PCI venne ufficializzata con chiarezza in un seminario dei Gruppi parlamentari che si svolse, sempre nel 1981, con l’introduzione di Ingrao e la chiusura di Berlinguer.

La proposta politica del PCI era finalizzata al superamento del bicameralismo perfetto e dunque al monocameralismo, ma nulla aveva a che vedere con l’attuale contro-riforma targata Renzi-Boschi-Verdini-Alfano, per una serie di ragioni ben distinte.
In primis, il PCI prevedeva il sistema elettorale proporzionale per l’elezione della Camera unica. Un proporzionale che garantiva la piena rappresentanza di tutte le formazioni politiche nel Parlamento. Esattamente il contrario dunque dell’ “Italicum”, voluto da Renzi a colpi di fiducia. Una legge ipermaggioritaria, che con il premio di maggioranza concentra di fatto il potere nelle mani di un solo partito egemone e quindi del Capo del Governo.
In secondo luogo, la posizione “monocameralista” del PCI prevedeva la completa abolizione del Senato ed era quindi assolutamente contraria all’introduzione al suo posto di una seconda ”camera delle regioni”.

Invece, nel testo dell’attuale riforma Boschi, il Senato resta e i Senatori potranno continuare a votare le leggi, in alcuni casi con voto decisivo come per quelle costituzionali. Il nuovo Senato mantiene inoltre la funzione legislativa in un ambito di rilievo come quello dei rapporti tra lo Stato, l’Unione Europea e gli enti territoriali. Il Senato inoltre, potrà comunque proporre modifiche sulle leggi approvate dalla Camera e in alcuni casi potrà costringere quest’ultima, in caso di difformità, ad un’approvazione solo a maggioranza assoluta.

Dunque, manterrà importanti funzioni e prerogative. Ma la vera differenza rispetto all’attuale Senato, aldilà della riduzione del numero dei componenti, è che si toglie il diritto di voto ai cittadini. Se passasse questa contro-riforma dunque, non saremmo più chiamati a votare per il Senato, cancellando così il diritto del popolo di poter scegliere i propri rappresentanti. Ad eleggere i nuovi senatori saranno infatti i Consigli Regionali al proprio interno. A Palazzo Madama avremmo quindi Consiglieri Regionali ed alcuni sindaci, con tanto di immunità parlamentare.

Terzo aspetto: è necessario ricordare che le fondamenta politiche del “monocameralismo” del PCI erano completamente opposte a quelle che oggi vengono propagandate a sostegno della Riforma voluta dal Governo Renzi. Queste si basano infatti sul sacro altare della governabilità: più poteri al Presidente del Consiglio, ruolo preminente del suo partito con il premio di maggioranza e minor rappresentanza delle opposizioni. Viene inoltre triplicato il numero delle firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare. Il PCI era, al contrario, per la piena centralità del Parlamento e di tutte le assemblee elettive, elemento cardine della nostra democrazia ed espressione della partecipazione popolare alla vita dello Stato.

Possiamo ben affermare quindi che il collegamento di questa contro-riforma della Costituzione alle idee di Togliatti, Berlinguer, Ingrao o l’accostamento alle posizioni del PCI e alla tradizione politica dei Comunisti nel nostro Paese, rappresenta un grave falso storico.
Infine, oltre a constatare come le posizioni del PCI siano state diametralmente opposte a quelle della Riforma voluta da Renzi, è sufficiente osservare i diversi schieramenti dei sostenitori del Si e del No alla riforma, per capire dove si possano ritrovare oggi le posizioni politiche del PCI e della Sinistra di fronte a questa importante consultazione elettorale.

Da un lato abbiamo a sostegno del SI, l’attuale maggioranza del PD, ovvero il “Partito della Nazione” di Renzi e Boschi insieme con il Nuovo Centrodestra di Alfano, Verdini, Confindustria, il FMI, Marchionne, l’attuale Governo U.S.A., la Banca d’affari Jp Morgan, le agenzie di rating, i grandi gruppi bancari e svariate lobby economico-finanziarie nazionali ed estere, la Cancelliera tedesca Merkel e altri rappresentanti della Troika Europea. Non è un caso infatti che lo stesso Renzi abbia dichiarato qualche giorno fa, che “questo referendum si vince a destra”.

Dall’altra parte invece, a sostegno del NO al Referendum, possiamo ben ritrovare l’ANPI, la CGIL, l’ARCI, l’UDU e moltissime altre realtà associative, sindacali, culturali e a livello politico oltre alla stessa minoranza interna del PD, tutti i partiti e le formazioni presenti alla sua sinistra, da Sinistra Italiana fino al PCI e Rifondazione.

Pertanto è evidente dove sia collocabile oggi l’eredità politica del Partito Comunista Italiano. Per questo, nella tradizione del PCI e della Sinistra del nostro Paese, è necessario votare un secco “NO” al prossimo Referendum sulla nostra Costituzione.

Mirko De Berardinis
ex Segretario PD Teramo centro

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