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Teramo, zoostalla o Museo della Fantasia? I dubbi del comitato Castello Aperto

Perplessità e sarcasmo. Per Castello Aperto, il comitato per il recupero e il riuso del Castello Della Monica, il progetto presentato nei giorni scorsi dall’amministrazione comunale teramana sul recupero di uno dei monumenti simbolo della città presenterebbe alcune idee eccentriche.
“Da amanti di questo complesso monumentale, quali siamo sempre stati da quasi venti anni”, scrive Fabio Panichi, presidente del comitato ricordando come l’illuminazione della facciata est del castello sia stata fatta dall’associazione a proprie spese, “abbiamo tuttavia notato presenti in questo progetto “alcune curiose, brillanti trovate. Ed ecco che è saltata fuori la nuova mascotte che avrà il restaurato Castello Della Monica: una capra. Senza nulla togliere alla professionalità e alla competenza di Marco Chiarini, certe idee hanno semplicemente dell’assurdo”.
Per il Comitato, a parte l’errore storico, visto che dalla documentazione d’epoca non risulta che le aree esterne al Castello ci fossero animali,un progetto di recupero dovrebbe essere aderente alla realtà storica dei luoghi e non alterarli “in modo tale da trasformare il Castello praticamente in una stalla di lusso”.
E sull’idea di ospitare una foresteria al terzo piano, nella quale far risiedere gli artisti ospitati di volta in volta, il Comitato si chiede a spese di chi questo lavoro dovrebbe essere fatto, così come contesta la proposta di una recinzione con piante rampicanti che potrebbe arrecare danni alla muratura esterna. Altro quesito riguarda il padiglione est nel quale ci sono ancora delle unità familiari e dovrebbe essere bonificato dalla presenza di amianto.
“Lo hanno chiamato Museo della Fantasia”, continua Panichi, “nome che ha suggerito un Philippe Daverio ben pagato per indicare soluzioni a funzionari(e) e alla politica, per decenni evidentemente privi di idee in proposito, tanto da dover ricorrere all’ausilio esterno. Un suggerimento per l’amministrazione comunale: la prossima volta leggete bene, riga per riga, quello che approvate e presentate alla città. E anziché capre, galline, pavoni e asini… si guardi piuttosto alle attività che quotidianamente vengono poste in essere nel Borgo Medioevale di Torino, coevo del nostro. Ben altra cosa dallo zoostalla di cui si fa auspicio nel progetto. Meno fantasia, più serietà”.

 

La replica di Chiarini: “Facciamo chiarezza sul progetto”

Non si è fatta attendere la risposta del regista Marco Chiarini che, a seguito della presa di posizione del presidente del comitato Castello Aperto, ha voluto fare alcune precisazioni.

Di seguito la nota integrale.

Questa prima notazione mi aiuta a capire che i progetti vanno spiegati come se il lettore fosse un ignorante che mai ha avuto a che fare con l’argomento. Occorre, cioè, non dare nulla per scontato e dettagliare, ai limiti della ovvietà, ogni idea o scelta.

Allora dettaglio per punti partendo dal tema della CAPRA.

Leggendo quanto riportato da Fabio si da a capire che io avrei scritto nel progetto: che una parte del guiordino DOVRA’ ESSERE POPOLATA DA CAPRE.

La scelta dei termini, dei verbi, è importante perché spesso snaturano tutto il pensiero.

Nessuno ha imposto l’utilizzo delle capre.  Inserire in una proposta il verbo DOVERE sarebbe sbagliato. Il punto forse, su cui si è dibattuto a lungo nel gruppo di lavoro, è sulla presenza o meno di animali all’interno del giardino.

Nelle note di Fabio si fa riferimento ad uno Zoo…

Ma dove è scritta questa ipotesi nel progetto? Per favore non diamo per veri i dettagli menzogneri. Perché far credere questo?

Come in molti esempi  di parchi più o meno grandi in Europa, la presenza di animali non chiusi in gabbia a contatto con il pubblico  innalza il livello di empatia con il luogo e lo rende vissuto. Anche allevando una capretta o tre galline padovane o un asinello bianco, cosa ne perderebbe  il giardino se l’ipotesi è in linea con tutto il ragionamento generale proposto.

Va da sé che se il Castello diventasse una  sede distaccata della Pinacoteca o del museo del risorgimento di Roma questa idea non potrebbe andare più bene.

Ed è per questo che non si è usato il verbo DOVERE nella presentazione.

Fabio continua scrivendo che “il progetto di recupero dovrebbe quanto meno essere aderente alla realtà storica dei luoghi.”

Quindi significa che il colosseo a Roma, i mattatoi recuperati all’abbandono, la distilleria dove ora insiste la Fondazione Prada a Milano, non essendo più aderenti alla realtà storica sarebbero un errore?

Lo stesso vale per il carcere di Sant’agostino dove ora è l’archivio di stato?

E per gli ExSeccatoi del Tabacco a Città di Castello dove ora c’è la Fondazione Burri (per gli ignoranti che poi commentano senza saperlo: Alberto Burri è un artista tra i più quotati nel mondo. Pochi giorni fa un suo “sacco” è stato venduto a 11,5 milioni di euro) o per  l’ex convento di Santa Chiara a Brindisi ora diventato luogo di rappresentazioni?

E come la mettiamo con il Palazzo della Borsa a Genova, la prima nel mondo, che ora è attrezzato per mostre e convegni?

E per il manicomio di Teramo cosa dovremmo pensare? Solo la cattedra di Psichiatria se si dovesse spostare lì l’università?

E per tornare al Castello: cosa dovremmo farne: ripristinarlo ad abitazione , recuperare le foto di inizio secolo e ricostruire come volle il Maestro? Poiché non aveva un asino non è coerente allevarne uno? E se trovassi una foto in cui scopriamo la presenza di due cani? Possiamo allora tenerli? Ma se lui i cavalli li ha dipinti ma non li aveva… vale lo stesso?

Per rendere agibile ai disabili la struttura al secondo piano del castello come si potrà porre rimedio? Si può sacrificare un ambiente per l’ascensore?

E per le piante rampicanti? Ci sono foto che testimoniano le scelte estetiche proprio di Della Monica? Vanno rimesse o no? La recinzione? Non ha un sapore neogotico, non è stata progettata o voluta da Della Monica, è del 2007… che suggerisce Panichi con il suo comitato?

E poi c’è l’illuminazione… Che regola seguiamo qui? A naso mi viene da dire che Della Monica avrebbe preferito e ipotizzato più le fiaccole che le quarzine da 500 watt. Se fosse stato costretto probabilmente le avrebbe disposte diversamente ad evidenziare i volumi per non rendere tutto piatto.

C’è da fare un passo indietro e scorrere bene il progetto che  è molto chiaro per chi ha la pazienza di leggerlo con attenzione.

La primaria importanza la ha la sostenibilità, ovvero con quali denari la struttura potrà vivere.

Ci sono molteplici soluzioni e noi ne abbiamo ipotizzata una.

In una sezione specifica si fa riferimento alle entrate quotidiane date dallo sbigliettamento e dall’attività della caffetteria, ma è soprattutto sui progetti europei che pensiamo si possa fondare la possibilità di vita di questo complesso.

La realtà dei bandi europei è una risorsa concreta che però ha bisogno di un contesto in cui sviluppare una ricerca e un progetto specifico.

L’ipotesi delle residenze d’artista che per Panichi sono motivo di ironia paragonandole al B&B (mi viene da pensare malignamente: unico riferimento evidente della sua cultura) è una possibile chiave per intercettare questi finanziamenti, che permetterebbero di far VIVERE artisticamente e intellettualmente il castello della Monica. Ma vivere davvero con un fermento culturale di alto livello (europeo appunto) e non con un alberello bianco per festeggiare il Natale (si ricorderà Panichi…).

Le residenze d’atista, al di là del fatto che sono la prima forma di Mecenatisimo della storia dell’arte, quindi non un B&B ma il più alto livello fucina artistica vera,  sono una realtà contemporanea in tutta Europa. Ne esiste una a Teramo, per la Danza, portata avanti da Eleonora Coccagna di Electa con risultati commoventi e ci sono delle misure specifiche per queste nei Bandi del Mibact e della Comunità Europea.

Quindi, per spiegarlo bene a chi non è aggiornato, la residenza d’artista potrebbe essere il motore economico che manterrebbe tutta la struttura, che è evidente non può sostenersi solo con i caffè e lo sbigliettamento.

Panichi poi si sofferma, e qui fa bene, sul padiglione est non menzionato, se non in minima parte nel progetto.

Il finanziamento non prevedeva la possibilità economica di intervenire adeguatamente su quella porzione che è attualmente abitata da chi ne ha diritti e che dovrà comunque, a breve tempo, abbandonare. I locali sono del Comune e presto ne tornerà in possesso. Ma si è ragionato nel gruppo di lavoro sulla destinazione futura.

Un primo ipotetico riferimento è all’arena che si spera possa entrare in pieno utilizzo nell’estate 2017.

Il padiglione est potrebbe quindi collegarsi a quello spazio per tutto il necessario ad ospitare eventi e spattacoli di una certa complessità.

Ma poiché si iniziava a costruire ipotesi su una ipotesi ci si è fermati aspettando che il comune potesse rientrare in possesso dei locali e avesse la disponibilità economica per la rifunzionalizzazione.

Infine Panichi  fa riferimento a Daverio e ai decenni privi di idee. Anche qui l’ignoranza non lo aiuta a fare bella figura.

Di idee sul castello ce ne sono moltissime, e molte sono state inserite nel progetto.

Panichi non sa che l’idea del Museo della Fantasia è datata 2004 ed è presente nel programma elettorale dell’allora candidato Sindaco Chiodi. Ripeto: 2004.

Daverio nelle sue parole ha solo confermato una idea generale e, si sa come va la comunicazione, ha dato più agio a chi legge solo la cronaca locale da che parlarne (a sproposito spesso).

E poi: ultima notazione al riferimento al Borgo medievale di Torino. In che senso si dovrebbe guardare a quell’esempio? Cosa c’entra? Lì si è scelto di dedicarsi all’evocazione del Medioevo ed è museo civico del 1942. C’è una storia tutta differente con spazi e possibilità tutte differenti con possibilità decuplicate. Con un impianto gestionale tenuto in piedi dalla FONDAZIONE TORINO MUSEI. Ha idea Panichi di cosa significhi questo? Ha idea del motivo per cui il turista arriva proprio in quel borgo? Cosa può trovare davvero, cosa è stato costruito in Piemonte e a Torino da 70 anni?

Però Panichi non ha del tutto torto e molte idee sono simili a quelle di questa realtà Piemontese e a molte altre fuori regione. Io credo addirittura che altre ipotesi di gestione e sviluppo più efficaci sarebbero accolte con piacere dall’amministrazione e dalla cittadinanza.

Io sono però sicuro che il primo passo da fare è di creare una identità propria capace di attrarre finanziamenti e arrivare oltre Bellante e Montorio.

Più questa realtà sarà unica, coerente e strutturata e più saranno le opportunità di dare un futuro a quel luogo, di incuriosire i turisti da fuori regione, di entrare in un circuito di eccellenza e non di affettuosa nostalgia.

Marco Chiarini