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Cronaca L'Aquila

Santa Croce, la società chiede un maxi-risarcimento danni a 3 dirigenti della Regione

La società Santa Croce ha citato in giudizio, presso il Tribunale di Pescara, Iris Flacco, dirigente del Servizio Risorse del Territorio ed Attività Estrattive della Regione Abruzzo, Giovanni Cantone, responsabile dell’Ufficio attività estrattive liquide e gassose, e Domenico Longhi, dirigente del Servizio valutazioni ambientali.

 

Ai tre viene richiesto un risarcimento danni complessivo di 900 mila euro, avendo posto in essere “una vastissima serie di atti, verifiche, controlli, diffide, ispezioni, ripetitivi defatiganti e vessatori, volti ad impedire e ostacolare di fatto, e in ogni modo, l’utilizzo della sorgente di acqua minerale Fiuggino di Canistro”, di cui la Santa Croce ha regolare concessione. Nelle denunce si prefigurano i reati di falso, calunnia, diffamazione e omissione di atti d’ufficio.

A renderlo noto la società dell’imprenditore molisano Camillo Colella, a lungo concessionaria, fino alla revoca da parte della Regione Abruzzo, impugnata dalla società, delle sorgenti Sant’Antonio Sponga di Canistro(L’Aquila). Sorgenti messe poi nuovamente a bando dalla Regione nel novembre 2016, ma che dopo due anni non sono state date ancora in concessione, con la preziosa acqua che continua a disperdersi nel fiume Liri, visto che l’aggiudicataria provvisoria, la Norda, ha deciso di rinunciare in rotta di collisione con la stessa Regione, alla quale ha chiesto il risarcimento danni, e il Comune di Canistro.

Proprio a seguito della revoca della concessione della Sant’Antonio Sponga, la Santa Croce ha deciso di riattivare, nell’autunno 2016, lo sfruttamento della più piccola sorgente Fiuggino, ricominciando ad imbottigliare acqua minerale nel suo stabilimento di Canistro, nel febbraio di quest’anno, e ad assumere personale, dopo essere stata costretta a licenziare 75 addetti dopo la revoca della concessione Sant’Antonio Sponga. Si è però innescato anche in questo caso un durissimo contenzioso con la Regione Abruzzo, oltre che con il Comune di Canistro.

A metà settembre, la Guardia di Finanza su disposizione del gip del Tribunale di Avezzano, ha disposto il sequestro preventivo di un lotto di bottiglie per una presunta miscelazione di acqua delle due sorgenti, Fiuggino e Sant’Antonio Sponga, e di parte delle linee di produzione. Il Tribunale del Riesame dell’Aquila ha ordinato pochi giorni fa la riapertura delle linee di imbottigliamento, con l’annullamento del decreto di sequestro preventivo. L’inchiesta è nata dalla denuncia di un ex lavoratore della Santa Croce ma alimentata da numerose note e comunicazioni del sindaco di Canistro, Angelo Di Paolo.

Nell’atto di citazione, a cura degli avvocati Roberto Fasciani, del foro di Avezzano e Giulio Mastroianni, di quello di Roma, vengono riepilogate ora tutte le iniziative messe in campo dai tre dirigenti regionali chiamati in causa, che hanno preso forma in ben 16 comunicazioni, atti e diffide nell’arco di meno di due anni.
Atti che per la Santa Croce, sono palesemente caratterizzati da un “atteggiamento persecutorio, diffamatorio e di ostacolo ad una libera iniziativa imprenditoriale” tanto da ritenere che “i funzionari abbiano agito per un fine e per interesse non previsto né tutelato dall’ordinamento: nelle loro condotte non è, infatti, ravvisabile il perseguimento di un interesse pubblico”.

Tra le iniziative menzionate nell’atto di citazione, la richiesta di sospensione del decreto di riconoscimento delle caratteristiche dell’acqua minerale “Santa Croce-Fiuggino” da parte di Flacco. Riconoscimento arrivato poi con decreto ministeriale il 22 febbraio 2017.

Inoltre, i ripetuti tentativi di revoca della concessione, per presunta insufficienza della portata d’acqua. La Santa Croce, si ricorda però nell’atto, ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale, che nel novembre 2017, gli ha dato ragione su tutti i fronti, considerando dunque infondate le contestazioni del Servizio risorse del territorio della Regione.

Infine i ripetuti tentativi di mettere in dubbio il possesso da parte di Santa Croce, di tutte le autorizzazioni igienico sanitarie, contro i quali la società ha dimostrato che l’attività industriale si svolgesse da decenni senza alcuna contestazione sulla regolarità sanitaria da parte della Asl competente, e ribadendo la mancanza di competenza del Servizio nelle questioni sanitarie documentando, comunque, il titolo abilitativo e rinnovando la riserva di ricorso alle autorità giudiziarie.
Nell’atto di citazione si ricorda anche, “per far comprendere l’intensità dell’acredine insita in qualsiasi atto e comportamento dei funzionari regionali”, che la dirigente Flacco è stata destinataria, nel marzo 2018, di un procedimento disciplinare e di un provvedimento di “obbligo di astensione” da parte del responsabile Anticorruzione della Regione Abruzzo, “per aver reso, sulla stampa e a danno della Santa Croce, delle dichiarazioni false, diffamatorie, infondate ed in violazione del segreto d’ufficio”.

Nell’atto di citazione, i legali della Santa Croce sostengono che i tre dirigenti, “si sono resi responsabili di vari reati”. In primis del reato di falso ed, in ogni caso, del reato di calunnia, “posto che le predette comunicazioni hanno assunto il carattere di rapporto/denuncia indirizzata a vari Enti tra cui l’Autorità Giudiziaria”, a seguire del reato di diffamazione, “stante il carattere certamente lesivo dell’immagine e della reputazione commerciale della concessionaria, provocato dalla propalazione a terzi della (falsa) attestazione concernente la mancanza di autorizzazione sanitaria per lo svolgimento della sua attività di impresa”.
Inoltre, proseguono i legali, i tre dirigenti si sono resi responsabili del reato di abuso d’ufficio in quanto “sono intervenuti in palese violazione della normativa sul riparto di competenze in materia sanitaria, travalicando le prerogative e competenze del Dipartimento Salute e Welfare della Regione Abruzzo”.

Si evidenzia anche che “l’uso distorto della funzione pubblica è determinato dalla mancanza di qualsivoglia collocazione procedimentale dell’intervento del Servizio Risorse del Territorio”.
Da qui la richiesta di un congruo risarcimento danni così articolato: una somma non inferiore a 500 mila euro a carico di Iris Flacco e Giovanni Cantone, e 400 mila euro a carico di Giovanni Cantone e Domenico Longhi, in entrambi i casi da liquidarsi in via solidale tra loro.