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Il Vate illusionista incanta i ragazzi a Pescara

Pescara. D’Annunzio grande illusionista: la lettura del Vate proposta dal poeta e saggista Davide Rondoni ha incantato oltre quattrocento ragazzi provenienti da tutto Abruzzo, in un incontro che si è tenuto ieri al teatro Massimo.

Un grande “illusionista”, che ha riempito la sua vita di tante cose inutili per colmare un terribile senso di vuoto, per provare a dire “io sono qualcuno, sono qualcosa”. Così il poeta e saggista Davide Rondoni ha descritto Gabriele D’Annunzio ieri, lunedì 21 ottobre, davanti ad oltre quattrocento studenti delle superiori riuniti a Pescara al teatro Massimo, provenienti da tutto l’Abruzzo. L’incontro, dal titolo “D’Annunzio illusionista dell’io, una rilettura da poeta a poeta”, è stato promosso dall’associazione di insegnanti Diesse Didattica e Innovazione Scolastica Abruzzo, presieduta dal professor Carlo Di Michele, per dare agli studenti una lettura originale di D’Annunzio proprio nella sua città natale, ma anche per presentare la tredicesima edizione dei Colloqui Fiorentini, il convegno nazionale che si svolgerà a Firenze dal 27 febbraio al 1 marzo 2014, dedicato quest’anno proprio alla figura del Vate, a centocinquant’anni dalla sua nascita. Il colloquio pescarese è stato condotto dal professor Vincenzo Narciso, membro del Direttivo di Diesse Abruzzo e del Comitato didattico dei Colloqui Fiorentini. “D’Annunzio – ha detto Rondoni agli studenti e ai tanti insegnanti che erano con loro – è un esempio dell’uomo decadente, che parla di un’io in crisi, cioè della persona che ha perso il suo legame con il soffio di Dio, suo Creatore. Di fronte a questo senso di vuoto cantato dal Vate, o ci si pone come Pascoli, tremendamente impaurito dalla realtà, o si riempie la vita con tutto, come fa D’Annunzio. Un esempio di questo riempimento ossessivo è il Vittoriale: un grande museo pieno di ogni cosa ma, di fatto, un luogo morto. In tutto D’Annunzio c’è lo spasmo perpetuo di una affermazione eccessiva tanto quanto il vuoto che deve coprire. La inconsistenza dell’io, in D’Annunzio, diventa l’imbuto in cui ogni cosa precipita grazie all’incantevole sacerdote. Così che il decadimento, il vuoto, la perdita dell’io sia sopportabile. Per questo in un crescendo fantastico e tremendo, è necessaria la trasformazione dell’artista in personaggio che usa tutte le opportunità mediatiche fino alla politica come gesto estetico. Il suo io tragico cercava la gioia – ha concluso Rondoni -: fece teatro del problema più vero della vita”.