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Cronaca L'Aquila

Sulmona, l’agente ustionato dall’olio bollente mi salvò la vita: il racconto

Sulmona. “Era un giorno di pioggia di un autunno inoltrato di dieci anni fa. Ero appena stato insignito del grado di sovrintendente e quindi messo al comando di una unità operativa in quello che prima era conosciuto come reparto penale.

 

Un agente di sezione mi chiamò dicendomi che un detenuto mi voleva urgentemente parlare per via di alcune richieste fatte e che non avevano ancora ottenuto risposta.

Ricordo che solo da pochi minuti cominciai il mio turno di servizio per cui non capivo per quale preciso motivo il recluso chiedeva di conferire con me. Lo autorizzai, al fine di meglio capire le sue urgenti esigenze, a scendere nel mio ufficio.

A distanza di pochi metri dall’uscio ove disbrigavo le mie incombenze vi era A.P., l’allora trentasettenne  assistente capo di polizia vittima, l’altro ieri,  del vile agguato posto in essere dall’ergastolano detenuto calabrese (e non come erroneamente riportato campano) che del collega se ne è impossessato il corpo sfregiandone l’identità con dell’odioso olio bollente.

Il fatto che A. P. operasse nelle vicinanze del mio ufficio si è rivelato un’autentica quanto vitale  fortuna per me.

Di lì a poco, infatti, il detenuto, un energumeno di origini africane, con evidenti problemi psichiatrici, con occhi spiritati ed in preda ad un delirio di onnipotenza, si fiondò nella mia stanza blaterando ad alta voce frasi sconnesse in inglese ma con un evidente, quanto inspiegabile, carico di odio.

Non ci capii nulla.

Il detenuto in maniera fulminea si impossessò del telefono, uno di quei grigi e pesantissimi apparecchi che molto ricordava la pubblicità della sip.

La sua intenzione di aggredirmi si mostrò immediata. Il tempo di lanciare un grido  ed ecco apparire A.P. lanciarsi addosso al detenuto nel preciso istante in cui, l’indiavolato energumeno, lanciava il pesante oggetto in direzione della mia faccia.

Il gesto di A.P. fu determinante nell’evitare che l’apparecchio mi colpisse in pieno.

La mia vita in quel preciso istante si impossesso’ di quella fortuna che nel nostro mestiere spesso fa la differenza nel sottile divario che ci passa tra la vita e la morte.

A.P. si era immolato in nome e per conto di quella amicizia essenziale per la costruzione dello spirito di gruppo fondamento essenziale per garantirsi la giusta copertura all’interno di un carcere.

 

Per salvare la mia vita si spezzò un dito, si incrinò due costole e si procurò un forte trauma cranico da tenerlo lontano quasi un anno dal lavoro.

A lui devo la vita e per lui sarò disposto ad offrire la mia.

Intanto, però, gli auguro buona guarigione e, soprattutto, quella fortuna che grazie a lui ha baciato la mia esistenza.

Grazie grande Amico mio. (Mauro Nardella)