mercoledì, Dicembre 7, 2022
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Prostituzione nei centri massaggi: sequestri anche in Val Vibrata

Val Vibrata. Tocca anche la Val Vibrata, con un arresto e il sequestro di alcuni centri massaggi gestiti da cinesi, la maxi-operazione dei carabinieri nell’ambito di un vasto giro di prostituzione.

 

Attività effettuata dai militari di Assisi e he prodotto l’emissione di 22 misure cautelari, il sequestro di 11 centri massaggi, 4 appartamenti, autovetture e diversi conti correnti bancari.

Il provvedimento, che dispone custodie cautelari in carcere, arresti domiciliari e obbligo di dimora nel comune di residenza, è stato emesso dal gip del tribunale di Perugia e che prefigura varie ipotesi di reato: associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento ed allo sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento della permanenza e della collocazione di manodopera di clandestini, riciclaggio dei proventi delle illecite attività ed anche la presentazione di false documentazioni alle autorità di pubblica sicurezza. al fine di ottenere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno.

L’attività investigativa – avviata dai carabinieri nel luglio del 2019 e terminata nell’estate dello scorso anno – ha consentito l’acquisizione di una serie di elementi probatori utili a richiedere al giudice le misure cautelari; in particolare, il quadro probatorio ricostruito dai carabinieri, ha ravvisato l’esistenza di un vincolo associativo tra quasi tutti gli indagati, corroborato dal ricorso a schemi organizzativi ben definiti e ricorrenti utilizzati per realizzare lo sfruttamento della prostituzione e le altre ipotesi di reato.

L’indagine ha interessato alcuni centri massaggi della provincia di Perugia; attraverso servizi di osservazione e accessi ispettivi da parte del Nucleo Ispettorato del Lavoro dei carabinieri l’attività si è via via allargata grazie ad attività tecniche di intercettazione telefonica ed ambientale nelle province di Lodi, Verona, Bologna, Firenze, Prato, Arezzo, Fermo, Ascoli Piceno, in Val Vibrata e Brindisi dove gli indagati, tutti di nazionalità cinese ma stabilmente radicati sul territorio nazionale, avrebbero investito i loro capitali acquisendo la disponibilità di abitazioni e centri massaggi, all’interno dei quali favorivano e sfruttavano la prostituzione di giovani connazionali, quasi tutte irregolari in Italia.

Il “modus operandi” consisteva nella pubblicazione su vari siti internet di inserzioni pubblicitarie, con raffigurate giovani donne seminude; al numero di telefono presente nell’inserzione rispondevano i responsabili dell’organizzazione, che indirizzavano il cliente di turno al centro massaggi più vicino, avvisando poi la donna che lo gestiva di prepararsi all’arrivo di una persona. In tal modo gli organizzatori oltre a monitorare il numero di clienti erano in grado di quantificare in anticipo la somma di denaro che poi, periodicamente, passavano a prelevare nei vari esercizi, evitando anche che le singole giovani potessero sottrare i proventi dell’attività.

Nondimeno le ragazze, che venivano periodicamente spostate da un centro ad un altro in modo da offrire ai clienti maggior “varietà” e per meglio occultare la frequente mancanza di documenti o l’irregolare posizione lavorativa, venivano fatte dormire direttamente nei centri o in appartamenti in uso all’associazione, che venivano attrezzati con piccole cucine e letti, anche per limitare al massimo la loro uscita dai luoghi di lavoro.

L’adescamento delle giovani avveniva tramite siti internet cinesi, ai quali si rivolgevano consapevoli del genere di prestazioni che sarebbero state richieste una volta giunte in Italia.

Per assicurare la non riconducibilità dei centri massaggi, gli “organizzatori” si avvalevano di collaboratori esterni; in particolare attribuivano a terzi soggetti (anche italiani) la titolarità dei centri e attraverso la loro identità operavano operazioni commerciali.

Costituito il centro e preparati i locali, gli organizzatori collocavano le giovani donne, informandole preventivamente sul tipo di prestazioni sessuali da offrire, sui prezzi e sui messaggi da inviare ai responsabili a prestazione avvenuta.

In caso di controllo da parte delle forze di polizia, le ragazze dovevano limitarsi a spiegare che non parlavano l’italiano, evitando così di rispondere alle domande.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, resa possibile anche grazie alle testimonianze di numerosi clienti che hanno raccontato le modalità con cui si svolgevano gli incontri e hanno descritto le persone a cui venivano effettuati i pagamenti, ogni singolo centro massaggi aveva un indotto medio di 1.000 euro al giorno, che generava un flusso complessivo di circa 350.000 euro al mese.

I proventi venivano in parte trasferiti su circuiti di credito internazionali e in parte reinvestiti nell’attività per l’acquisto di immobili o autovetture sempre “formalmente” intestate a terzi.

Dei 22 destinatari ne sono stati rintracciati 18 di cui 8 sono stati sottoposti alla custodia cautelare in carcere, 1 agli arresti domiciliari e per 5 è stato disposto l’obbligo di dimora nel comune di residenza, per gli altri – allo stato irreperibili – è in corso il rintraccio.

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