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Emergenza senza fine nel teramano: il vescovo Michele Seccia lancia l’allarme

Ultimo Aggiornamento: domenica, 29 Ottobre 2017 @ 7:19

Teramo. L’emergenza maltempo e terremoto continua. Così, in poche parole, si può parafrasare la lunga lettera di Monsignor Michele Seccia, scritta porre l’attenzione su cosa vivendo l’intero teramano.

Il terremoto, il maltempo, la sofferenza, il dolore, l’hotel Rigopiano sono i temi che snocciola nella lunga missiva in cui invita i suoi fedeli ad avere speranza.

Proprio sul concetto di speranza è l’antidoto per Seccia per far “rifiorire il deserto”.

Di seguito la lettera integrale di Monsignor Michele Seccia, Vescovo di Teramo-Atri: 

pensavo e speravo di non dover aggiungere altro a quanto già scritto il 30 dicembre 2016 per informare, circa la situazione di emergenza, la comunità diocesana e coloro che mi chiamano o scrivono per chiedere notizie, oltre quelle già ampiamente divulgate dai mass media. Avevo deciso di mantenere un profilo basso per non creare allarmismo e per rispettare la sofferenza ed il dolore di tante persone che hanno perso i propri cari, condividendo il disagio di molte comunità che hanno dovuto improvvisamente adattarsi a nuove condizioni di vita.

Ma dal 15 gennaio le avversità metereologiche ed il susseguirsi di nuovi eventi sismici nel nostro territorio, hanno messo a dura prova la resistenza fisica, morale e spirituale di molti, soprattutto nelle frazioni di montagna e nella forania di Atri. La visita fatta a Cortino, il 22 gennaio u.s., mi ha fatto toccare con mano la situazione di precarietà in cui versano anziani e bambini, famiglie e persone singole.
Il sistema di prevenzione e di pronto intervento si sono mostrati inadeguati di fronte alla straordinarietà degli eventi e, a questo, si è aggiunta la fragilità di alcuni servizi essenziali e indispensabili per assicurare quel minimo di serenità a quanti sono rimasti isolati e bloccati in casa, impotenti di fronte alle piogge insistenti ed alle abbondanti nevicate, senza alcuna possibilità di comunicare . . . soli, dunque, in attesa dei soccorsi. Soli mentre la terra, il 18 gennaio, faceva risentire il suo grido, con forza, ripetutamente, seminando paura e smarrimento nei cuori già provati.
L’immagine del deserto, rievocata nella precedente lettera con un realismo pur aperto al futuro, evidenziava contorni sempre più marcati, tra colori cupi e foschi, di solitudini e di aridi silenzi.
E … improvvisamente, per la collettività, ma non certo per gli ospiti della struttura, l’Hotel Rigopiano di Farindola è diventato il cuore, il centro e la concretizzazione di tanto deserto! La speranza, alimentata dal ritrovamento dei primi superstiti, tra cui quattro bambini, ha lasciato spazio alla delusione per la morte di quanti non hanno resistito all’urto violento della slavina che ha trascinato con sé alberi, detriti, macerie! Al tragico epilogo della vicenda ha fatto seguito una scia di rimpianto, disperazione e polemiche … tra responsabilità antiche e nuove, sentimenti di angoscia e sensi di colpa!

Come se tutto ciò non bastasse, il 24 gennaio, restiamo sgomenti di fronte alla tragedia dell’elisoccorso, precipitato dopo aver recuperato uno sciatore ferito, provocando anche la morte dei cinque volontari del Soccorso Alpino. Aumentava così il numero dei morti dall’inizio di quella che doveva essere una consueta nevicata invernale.

È il macabro quadro della reale situazione del nostro territorio, al punto da far pensare o addirittura far dichiarare a qualcuno che Dio si è dimenticato o, peggio ancora, che ha voluto punire l’Abruzzo! Una bestemmia giustificatrice per chi non crede o si limita ad una fede superficiale e di comodo! Ma è pur vero che anche nella preghiera dei Salmi (Sal 89,47) e nella voce dei Profeti (Ab 1,2) sale al Padre la supplica e la domanda dell’orante: Sino a quando Dio sarà in lutto la terra? (Ger 12,4); un pianto condiviso da Gesù su Gerusalemme (Lc 19,41), sino all’invocazione estrema rivolta dal Figlio al Padre nel Getsemani (Mt 26,39).
Uno scenario naturale di unica e straordinaria bellezza si è trasformato in luogo di rinnovata presa di coscienza del conflitto tra l’uomo e la natura, ma anche di morte tragica, reale che ha interpellato seriamente ogni persona veramente amante del Creato e ne avverte la responsabilità pedagogica da tradurre in un impegno civile e solidale ….
Sì, carissimi amici, fratelli, vicini e lontani, voi che avete vissuto personalmente queste situazioni drammatiche, e voi che avete seguito, attraverso i mezzi di comunicazione, la lunga e ininterrotta cronaca dei giorni scorsi, forse dando più spazio alle polemiche del momento che alla corale risposta di tanti uomini e donne che sono corsi in aiuto di chi continuava a sperimentare abbandono e solitudine: nessuno si abbandoni nello sconforto e nella sfiducia!
Il nostro animo non si faccia guidare dal pessimismo, piuttosto insieme volgiamo lo sguardo verso quanti, per dovere istituzionale o per missione o per volontariato, non risparmiando le proprie energie, “hanno mostrato il volto migliore del popolo italiano”, così come hanno affermato le massime autorità dello Stato!

Qui e ora rinasce la SPERANZA, che non cancella il dolore e le lacrime, il senso di colpa e il senno di poi, con la cascata di commenti e di parole, che non sempre hanno aiutato a vivere bene il dramma. Perché di fronte alla tragedia solo la solidarietà concorde ed unanime hanno senso e rendono feconda la vita che nasce e rinasce ogni qualvolta matura l’impegno a voler ricostruire il bene in se stessi e nella relazioni con gli altri.
La catena della solidarietà è il primo volto della “speranza” capace di far fiorire il deserto! Il primo pensiero va a tutti coloro che si sono adoperati, sin dal primo momento, ad alleviare le difficoltà ed i disagi di tante persone; uomini e donne delle Forze dell’ordine dai Vigili del Fuoco ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alla Polizia di Stato, agli Alpini, alla Polizia Municipale, alla Forestale; alla Protezione Civile; in modo particolare al Soccorso Alpino e all’Elisoccorso, che hanno pagato un tributo di lacrime per la perdita di uomini che hanno scelto l’altruismo ed il rispetto della Natura come valori fondamentali; a tutte le associazioni di Volontariato dalla Croce Rossa, alle diverse denominazioni presenti sul territorio e a quelle giunte da tante parti d’Italia.
Risuonano incoraggianti le parole di Papa Francesco “le mani di tanta gente che hanno aiutato a uscire da questo incubo, le mani dei Vigili del Fuoco, le mani di tutti quelli che hanno dato del proprio” (Discorso alle popolazioni colpite dal terremoto, 5 gennaio 2017): l’hanno fatto e, non lo dimentichiamo, lo stanno ancora facendo con dedizione generosa e altamente professionale.
Anche il Card. Angelo Bagnasco, Presidente dei Vescovi italiani, aprendo il Consiglio permanente della CEI, ha affermato: “La tragedia – che tale rimane – ci sta consegnando anche il volto migliore del nostro Paese, della nostra gente, pronta a mettere in gioco la propria vita per salvare quella altrui; disposta a rinunciare a qualcosa di proprio per condividerlo con chi tutto ha perso” (23 Gennaio 2017). Parole quasi profetiche se ripensiamo alla disgrazia dell’elisoccorso già accennato!

Termino con due considerazioni che ritengo importanti come Pastore di una Chiesa particolare, cioè di una comunità di credenti! Ed anche come cittadino consapevole della responsabilità civile che non può essere solo delegata ma vissuta in prima persona.
La vera speranza, messa seriamente in discussione dagli eventi drammatici, si riduce a pia illusione, se non è radicata nella fede in Cristo crocifisso-risorto e non è alimentata dalla carità concreta e solidale che aiuta a consolidare le relazioni sociali e interpersonali. La speranza cristiana è la certezza di un futuro costruito sui valori che non sempre pagano in termini umani, anzi … su scelte e stili di vita che non coincidono con quanto insegna o almeno propone la pagina evangelica delle Beatitudini!
Ma quale futuro? Quello che ciascuno di noi, con responsabile senso civico, può contribuire a costruire con il proprio impegno convinto e generoso nel quotidiano rispetto del creato e delle sue creature! Così la stessa speranza si trasforma in concreta, responsabile ed operosa attività capace di mettere sempre al primo posto la persona ed il suo territorio sull’economia. Una responsabilità che è propria di chi è preposto al governo della “cosa pubblica” ed alla tutela del “bene comune”, ma diviene un impegno essenziale anche del singolo cittadino che, pur rivendicando i legittimi “diritti”, non dimentica mai i “doveri” intimamente connessi al suo essere parte di una società civile. Ed essa può diventare migliore non con la polemica e la litigiosità gratuite, tanto meno con la contrapposizione ideologica ma con la collaborazione di tutti coloro che si lasciano guidare dalla coscienza civica. Prima di battere le mani alle molteplici espressioni del volontariato, ognuno si chieda che cosa sia disposto a sacrificare del proprio tempo, dei propri averi, persino della propria vita per il bene degli altri!
Una speranza che sa essere paziente nell’operosità senza scadere nella rassegnazione passiva, ma non deve venir mortificata da attese esasperanti dovute a lungaggini burocratiche quando dilazionano nel tempo impegni assunti e … dimenticati. Nessuno prenda queste parole per alimentare polemiche che non esistono, ma in tutti ci sia un sussulto di concreto impegno solidale avvertendo come proprie sofferenze e disagi ancora diffusi.
Nasce da qui il vero ed autentico senso della vita come dono ricevuto e ridonato; come servizio offerto in ogni sua dimensione, situazione e relazione: dal vescovo al parroco, dal direttore d’ufficio all’impiegato, dal governante al cittadino, dal genitore ai figli, dal docente allo studente ….
Invoco dal Signore il dono dello Spirito ricevuto dagli Apostoli e dai Testimoni di ieri e di oggi, affinché l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo crocifisso-risorto, sia ancora, per tutti gli uomini di buona volontà, testimoniato con quella speranza operosa che non delude, anche se non conosciuta o riconosciuta nella quotidiana attività che ciascuno di noi esercita a qualunque titolo per vocazione, per missione, per passione, per mandato.
Un “grazie di cuore” a quanti hanno già mostrato concretamente la propria vicinanza e solidarietà alla Diocesi, in particolare alla Conferenza Episcopale Italiana,alla Diocesi di Modena-Nonantola, a tutti coloro che in modo diverso hanno assunto qualche iniziativa per sostenerci con l’amicizia e la preghiera.
La Vergine Santa, che noi invochiamo come Madonna delle Grazie o Santa Maria Aprutina, San Berardo Vescovo aprutino e patrono di tutta la Diocesi, ci proteggano dalle avversità e ci accompagnino nel cammino e nel lavoro che ci attendono!

Michele Seccia
Vescovo di Teramo-Atri

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