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Ricostruzione L’Aquila, inchiesta Casalesi: operai costretti a cedere ‘Bonus Renzi’

Ultimo Aggiornamento: sabato, 28 Ottobre 2017 @ 11:37

L’Aquila. Costringevano l’operaio di turno “ad attivare una carta di credito/debito prepagata a lui intestata, dove veniva accreditato il relativo stipendio e le competenze accessorie”, carta che si facevano consegnare assieme al codice pin “effettuando successivi prelevamenti di somme di denaro fino a raggiungere gli interi importi accreditati per poi provvedere successivamente a pagare al dipendente predetto, un importo di gran lunga inferiore rispetto a quello indicato in busta paga, gli stipendi in contanti, anche con acconti o con bonifici bancari di importo variabile”.

Ecco come, secondo l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Giuseppe Romano Gargarella, venivano vessati circa 70 operai al lavoro nella ricostruzione post-terremoto 2009, come scoperto nell’inchiesta “Caronte” della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila.

E tra i fondi ripresi c’erano anche gli 80 euro di bonus previsti dal governo Renzi.

L’indagine ha portato alla luce fenomeni di estorsione, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro nell’ambito della ricostruzione, con 4 arresti domiciliari, 5 interdizioni dal lavoro per 6 mesi e altri 9 indagati a piede libero, per un totale di 18 iscritti nel registro degli indagati.

Giovedì prossimo, 6 aprile, scatteranno i primi interrogatori al palazzo di Giustizia del capoluogo per i 4 ai domiciliari. Le ipotesi di reato sono estorsione aggravata e continuata in concorso e di violazione del decreto Antiriciclaggio (dlgs 231/2007) per l’uso di carte altrui.

Le indagini svolte dai carabinieri hanno consentito di verificare i movimenti caso per caso, con accrediti e prelievi dalle carte che vanno da poche centinaia di euro fino a 15 mila euro per singolo operaio. A eseguire i versamenti erano agenzie interinali, imprese edili o persone fisiche.

Come si legge nell’ordinanza, che ha accordato le misure su richiesta dei sostituti procuratori antimafia David Mancini e Roberta D’Avolio, gli indagati approfittavano “dello stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica in cui versavano le maestranze di origine casertana da loro reclutate, gestite, sfruttate e dirette”.

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