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Deficit, piano di rientro bocciato dalla Corte Costituzionale

Le leggi della Regione Abruzzo sul rientro dal debito bocciate dalla Corte Costituzionale portano la ‘firma’ del centrosinistra, perché risalgono alla precedente legislatura sia il disavanzo – che è quello registrato negli esercizi 2014 e 2015 – sia le norme, oggi dichiarate illegittime”.

 

Così l’assessore regionale al Bilancio, Guido Liris, sulla sentenza n.235 della Suprema Corte che ha stabilito l’illegittimità della decisione della Regione di rientrare dal deficit finanziario in vent’anni anziché in dieci.

Gli uffici dell’ente stanno ora valutando nel dettaglio l’impatto della sentenza sul bilancio regionale, che in ogni caso dovrà essere riformulato rispetto alla proposta già predisposta, che non considerava ovviamente le conseguenze del pronunciamento sfavorevole della Suprema Corte”, spiega l’assessore.

Quanto contestato riguarda il disavanzo registrato negli esercizi 2014 e 2015”, ribadisce Liris, “imputabile dunque della precedente gestione di centrosinistra, che l’attuale amministrazione sta correggendo, come sono da attribuire alla passata legislatura le norme oggi dichiarate illegittime”.

“In ogni caso”, spiega l’assessore, “alla luce degli esiti del giudizio, la spesa dell’Ente dovrà necessariamente subire una importante contrazione, con inevitabili riduzioni degli impieghi previsti per la realizzazione dei servizi e degli interventi di competenza, per giunta in un momento storico caratterizzato dai persistenti effetti della pandemia sull’intero sistema economico regionale”.

Proprio alla luce del pronunciamento, abbiamo già avviato una serie di contatti con la Sezione regionale di controllo per l’Abruzzo della Corte dei Conti”, aggiunge Liris, “in modo tale da poter condividere una nuova ipotesi di ammortamento del consistente disavanzo di bilancio ereditato dalle precedenti amministrazioni, che consenta di dare ottemperanza alla sentenza, scongiurando il rischio di paralizzare l’attività istituzionale dell’Ente, eventualità che nessuna interpretazione giurisprudenziale può imporre a danno della cittadinanza”.