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Teramo, malati di fribomialgia chiedono alla Regione camera iperbarica e Lea

Un’approvazione all’unanimità da parte della regione Abruzzo che, tuttavia, non ha visto ancora alcun intervento concreto in favore dei malati di fribomialgia.

Ed è per non spegnere i riflettori su una patologia dolorosa, spesso non riconosciuta o sottovalutata, ma che può arrivare ad essere anche altamente invalidante, che Romina Rossoli, amministratrice tra l’altro di un gruppo Facebook specifico (La fibromialgia confrontiamoci e sosteniamoci) che conta oltre 5 mila iscritti, chiede alla Regione Abruzzo di non dimenticare i suoi impegni e lavorare affinché si dia un riconoscimento anche formale a questi pazienti.

“Oltre ad una maggiore conoscenza da parte dei medici”, spiega la Rossoli, “che spesso non riconoscono e diagnosticano la patologia, camuffata da sintomi di non immediata riconducibilità, chiediamo che la fibromialgia venga inserita nei Lea poiché non è possibile far spendere ai pazienti una buona parte del proprio stipendio per potersi curare. Inoltre, visto che alcuni studi indicano nella cura dell’ossigeno un potenziale fattore migliorativo, vorremmo che fosse riaperta la camera iperbarica di Sant’Atto per consentire di poter quanto meno tentare questa terapia che produce effetti positivi su tante persone”.

La fibromialgia, che ha tra i suoi sintomi mal di schiena, cefalee, disturbi del sonno e rigidità muscolare, è conosciuta anche come “malattia del dolore” e non ha una cura universale. Accanto ai tradizionali antidolorifici, infatti, è necessario adottare un particolare protocollo alimentare, eliminando tutte le farine, e c’è anche chi ha bisogno di assumere oppioidi per lenire, almeno in parte, le sofferenze in vari punti del corpo, arrivando addirittura a bloccare completamente il paziente. E se in diversi paesi del mondo se ne è riconosciuto il valore invalidante, in Italia ci sono sono solo 4/5 regioni che la riconoscono come malattia, assicurando ai cittadini l’esenzione per le necessarie prestazioni sanitarie.

“Nessuno di noi vuole smettere di lavorare”, assicura la Rossoli, “solo che in tanti si ritrovano a non poter più continuare l’attività di sempre a causa dei dolori incessanti. Per questo motivo vorremmo che vengano concesse le stesse agevolazioni lavorative che hanno ad esempio le donne in gravidanza, in modo da consentire a tutti di potersi curare e tornare prontamente sul proprio posto di lavoro”.