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Il porto di Pescara pulito 4 volte con la stessa spesa: l’ipotesi soil washing per il dragaggio stanziale

Pescara. Ripulire il porto per quattro anni spendendo la stessa cifra del dragaggio attualmente appaltato dal Provveditorato alle Opere pubbliche. La tecnica del soil washing e una draga stanziale potrebbero risolvere definitivamente l’annoso problema dell’insabbiamento dello scalo portuale pescarese.

Si chiama soil washing. Semplificando, vuol dire lavare via la sporcizia. Oltre che un consiglio di vivere civile, è una tecnica che si applica per depurare suolo e sottosuolo, e nel caso del porto di Pescara potrebbe risolvere il problema del dragaggio dei fondali insabbiati, talmente complicato per le istituzioni da tenere darsena e canale chiusi da un anno. Con tutte le conseguenze economiche del caso.

L’insabbiamento, dopo una tragicomica sequela di intoppi amministrativi, parrebbe prossimo alla soluzione con lo scavo di 200mila metri cubi che il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche ha appaltato il 28 dicembre scorso, spendendo 10 milioni di euro. Un intervento che anche i più ottimisti sanno essere poco sufficiente per ripristinare completamente la funzionalità dello scalo e ben presto vanificabile dalla formazione di nuovi detriti accumulati dal corso del fiume. All’orizzonte più lontano si staglia la rivoluzione totale del porto, riportata dal nuovo piano regolatore portuale ancora in attesa di approvazione. Nel frattempo, però, con la stessa cifra spesa sin qui (senza contare i milioni persi per strada per colpa dei dragaggi interrotti) si potrebbe ipotizzare di dragare il porto per altri quattro anni.

E qui entra in gioco il soil washing. Un procedimento, che si può compiere sia sullo stesso sito che altrove, che bonifica il suolo contaminato prevedendo il recupero della parte pregiata del fondale scavato mediante un processo di separazione fisica dell’inquinante: nella sabbia viene fatta circolare acqua pura o arricchita con solventi organici, agenti chelanti, tensioattivi, acidi o basi che separano l’inquinante dal fondale e lo fanno salire in superficie, per poi essere accuratamente filtrato ed eliminato. Un ‘lavaggio’ indispensabile ai fanghi depositati tra le banchine pescaresi, come più volte rilevato dalle analisi, fin a far parlare la Procura di rifiuti tossici.

MA QUANTO COSTA? A dirlo sono i preventivi forniti da tre aziende leader nel settore: la Impianti Draganti S.r.l. di Lecco, la Costruzioni Navali S.p.a. di Cremona e la Dec–Sidra di Roma. Quest’ultima è la ditta che si è aggiudicata l’appalto per i lavori che, si spera, presto partiranno nel capoluogo adriatico. Due gli interventi ipotizzati, che percorrono entrambi la soluzione del dragaggio stanziale come misura definitiva: una spesa imponente ma da spalmare sui vari anni di esercizio dell’amministrazione pubblica che, dopo la prevedibile spartizione di responsabilità, sarà nominata come proprietaria del porto.

La prima ipotesi prevede una spesa di 2,5 milioni di euro annui. Con 460 mila euro si acquisterebbe una draga in grado di asportare 135mila metri cubi di sabbia e fanghi all’anno, e con 985mila euro l’impianto necessario al soil washing. Con un altro milione e 100mila euro si pagherebbero mezzi, consumi e personale necessari al trattamento. La seconda ipotesi, grazie all’economia di scala, ovvero il risparmio generato dal maggior utilizzo dei mezzi, permetterebbe di ripulire 300mila metri cubi di fondale all’anno spendendo 4,5 milioni. Cifre grosse, ma mai quanto quella di 10 milioni per 200mila metri cubi sborsati in un unico colpo, giustificata unicamente dalla condizione emergenziale venuta a crearsi.

A sostenere l’utilizzo della draga stanziale, e a fornire le cifre preventivate, è la consigliera provinciale Antonella Allegrino, che taccia le istituzioni locali di inerzia: “E’ necessario”, sostiene, “che la Regione, il comune e la Provincia di Pescara manifestino una capacità che fino ad oggi non hanno dimostrato. Altrove l’impegno paga: a Molfetta, Livorno, Viareggio, Ravenna si impiegano fruttuosamente risorse provenienti dall’Unione Europea, sembra assurdo che a Pescara e in Abruzzo non si sia in grado di progettare e garantire il futuro di un porto che chiede solo di funzionare e di una economia che chiede solo di lavorare”.

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