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Il lavoro che impoverisce

Il lavoro, per definizione, è un’attività produttiva che implica il dispendio di energie fisiche o intellettuali per raggiungere uno scopo preciso, ossia procurarsi col proprio lavoro beni essenziali per vivere o beni superflui. Non avere lavoro significa ridurre gli introiti e la sicurezza finanziaria, significa difficoltà nella progettazione di scopi futuri da raggiungere per sé e per la famiglia. Il primo segnale evidente è dato dalla ridotta partecipazione al mercato dei consumi, dalla modifica degli stili di vita e degli scopi prioritari.

Diverse ricerche sulla disoccupazione e sul ritardato accesso al lavoro hanno messo in evidenza come questi processi impoveriscono le persone non solo sul piano economico, ma anche su quello delle relazioni interpersonali (familiari e amicali) e dei rapporti sociali (es. autoisolamento sociale). Le domande che si pone una persona che non lavora possono essere: “sarò in grado di farcela?”, “E’ colpa mia ciò che mi sta capitando?”, “Dove ho sbagliato?”, “A chi posso rivolgermi per avere aiuto?”.

Uno dei primi aspetti che emerge dalla mancanza di lavoro è il senso di inferiorità e un abbassamento dell’autostima, per via di un’idea di colpa personale. A livello di benessere psicologico e in riferimento alla psicopatologia connessa con la perdita di lavoro, le ricerche individuano ansia, depressione, insoddisfazione generale di vita, sentimenti di solitudine e abbandono, aggressività auto e etero diretta.

Inoltre tra i disoccupati emergono, come precedentemente anticipato, una diminuzione della stima di sé, ma anche crisi di identità, sentimenti di non essere apprezzati dagli altri e di non avere un posto legittimo nella società, crisi dei ruoli educativi e genitoriali con tensioni in ambito familiare.

Le ricerche hanno evidenziato anche dei cambiamenti a livello di rappresentazione del lavoro e della disoccupazione: si è visto infatti che la perdita di lavoro porta le persone a ridurre progressivamente l’importanza attribuita al lavoro e i valori sociali ad esso connessi; nello specifico si riduce l’interesse ad aggiornarsi sul piano professionale, si riducono le aspettative, lo scoraggiamento diminuisce l’impegno attivato per la ricerca di un’altra occupazione.

Frequentemente sono stati osservati dei cambiamenti di comportamento, legati alla salute, cioè l’aumento di condotte negative, come il consumo di alcool, di tabacco, uso di psicofarmaci e droghe. Da non sottovalutare poi i tentativi di suicidio e i suicidi portati a termine, che possono essere considerati non solo come conseguenze di stress, ma come indicatori di un malessere sociale.

Quanto elencato rappresenta un insieme di rischi potenziali; tuttavia attualmente sentiamo quotidianamente di notizie drammatiche conseguenti per lo più ad altrettanto drammatiche (e a volte inesistenti) condizioni lavorative. Mi preme sottolineare a tal proposito quanto siano importanti e significativi i contributi scientifici della psicologia per l’impostazione di programmi di politica sociale e formativa, ma anche per le iniziative di reinserimento sociale di adulti disoccupati e per la facilitazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani in cerca di prima occupazione.

 

Per approfondimenti consiglio ‘Psicologia del lavoro, Sarchielli Guido, Il Mulino, Bologna’.

 

Luisa Del Nibletto

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