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Giochi in lockdown, l’imprenditrice vastese di slot: ‘Rischiamo il default tra ristori insufficienti e banche ostili’

“Lavoriamo per lo Stato, ma non siamo trattati come le altre imprese per tassi e finanziamenti”

Roma. Prima il lockdown di marzo, interrotto solo a metà giugno, poi il nuovo blocco iniziato a fine ottobre e ancora in corso. L’emergenza sanitaria mette alle strette anche le aziende abruzzesi del settore giochi, le cui attività – solo le sale sono 466 – rimarranno ferme almeno fino al 5 marzo così come stabilito dall’ultimo Dpcm. «La situazione è diventata catastrofica, rischiamo il default finanziario», spiega Monica Tumini, 48enne vastese, titolare di una storica azienda di noleggio di slot machine in provincia di Chieti. «Le problematiche sono tante, tra crediti, debiti e contratti aperti con gli esercenti. Abbiamo perso sei mesi di attività senza aver avuto la possibilità di recuperare gli investimenti fatti per l’aggiornamento tecnologico degli apparecchi e per la sicurezza, con danni economici irrimediabili». Il blocco di ogni attività legata al gioco (sale scommesse, slot, videolottery e bingo) ha messo alle corde anche chi dell’azienda è solo un dipendente: «Ne ho 13 in tutto – racconta Monica ad Agipronews – Da questo punto di vista siamo un’azienda giovane, una realtà assolutamente locale fatta di ragazzi, in molti casi neo-genitori con bambini di pochi mesi. Senza lavoro è chiaro che tanti hanno difficoltà a sostenere le spese, anche perché la cassa integrazione è in grave ritardo: quella prevista per ottobre e novembre non è stata ancora versata sui conti». Anche i ristori fin qui stanziati dal Governo risultano inadeguati: «Quello che ci è stato dato a novembre corrisponde a circa un quinto del fatturato del mese di ottobre. La cifra è stata calcolata in base al risultato di aprile 2019, ma è un parametro ingiustificato: l’importo doveva essere previsto sulla base dell’ultimo mese prima della chiusura».

C’è poi un altro nodo che preoccupa ormai da mesi gli imprenditori del settore: «Durante il primo lockdown le banche hanno istituito prestiti a tasso zero per tutte le imprese, tranne quelle del nostro settore. In più, da qualche tempo hanno iniziato a chiudere i conti correnti delle aziende di giochi, giustificandosi dietro un presunto codice etico». Una decisione incomprensibile secondo la Tumini: «Anche noi lavoriamo per lo Stato, eppure non siamo equiparati ad altre imprese per tassi, prestiti, finanziamenti e mutui. È un aspetto assurdo». Senza nessuna garanzia sulla riapertura, riporta Agipronews, il futuro degli imprenditori del gioco è in bilico: «Fino a oggi abbiamo utilizzato riserve che avevamo in carico per sopperire alle necessità, ma non possiamo resistere ancora a lungo – continua Monica – Personalmente sto cercando di bloccare i pagamenti dovuti dalla mia azienda, ma dipende anche dal fornitore: se è la persona giusta con un po’ di coscienza le scadenze si possono spostare, altrimenti no». Nel complesso «la situazione è catastrofica, il settore è in croce. E pensare che insieme ai concessionari sono stati sviluppati piani di sicurezza che garantirebbero il rispetto nelle norme anti-contagio in tutte le sale», sottolinea. «È stato previsto il distanziamento, il contingentamento di presenze all’interno delle sale, la sanificazione degli apparecchi, i pannelli di plexiglass tra i giocatori, la rilevazione della temperatura all’ingresso. Condivido di timori sul Covid, ma tutte le aziende devono poter lavorare – conclude – uccidere così imprese e lavoratori non è giusto». LL/Agipro