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Roseto, gli alberi di via Colombo, il Premio Attila e le considerazioni del Gran Capo Seattle

Sono un albero, uno dei maestosi pini da abbattere in via Colombo, marchiati con la svastica (come quelle usate dai nazisti per indicare gli ebrei che venivano poi soppressi nei forni crematori).
Eppure, per tantissimi anni, non ho fatto solo da rifugio degli uccelli e da ornamento e difesa dalla calura, ma ho trasformato in materia organica l’energia radiante del sole, ed ho riversato nell’atmosfera tanto ossigeno a beneficio dei rosetani e dei turisti.
Forse i vicini di casa, che sono riconoscenti e mi vogliono bene, potrebbero aiutarmi.
Li chiamo vicini, ma faccio ormai parte delle loro famiglie, e li osservo attraverso i balconi e le finestre, li vedo mangiare, guardare la tv, litigare e sedersi sul letto la sera per togliersi le scarpe.
Ma so anche che i mal governati cittadini invano protestano, fanno riunioni, raccolgono firme; gli esecutori arrivano quasi sempre, magari la mattina presto quando tutti dormono, e in poco tempo si compie lo scempio.
Purtroppo, dopo l’abbattimento, ci si abituerà alla “riqualificazione” di via Cristoforo Colombo.
E proprio sulla facile dimenticanza fanno affidamento gli scaltri mandanti delle motoseghe.

Guarda caso, nei Comuni virtuosi, alcuni articoli del “Regolamento per la gestione e tutela del verde pubblico”, così si esprimono:
– il Comune garantisce la gestione e manutenzione del verde comunale allo scopo di massimizzare la funzione estetica, ricreativa, paesaggistica, ecologica, igienica e sanitaria;
– l’abbattimento è consentito solo nei casi comprovati di stretta necessità, e solo dopo che la doverosa potatura non è riuscita ad eliminare il rischio incombente;
– per quanto riguarda gli incrementi di parcheggi pubblici, gli alberi pericolosi abbattuti dovranno essere sostituiti in ragione di una nuova pianta ogni tre automezzi in sosta.
Sicuramente il Comune di Roseto non fa parte dei Comuni virtuosi, e siccome ha vinto il Premio Attila, assegnato da Italia Nostra, invierà le motoseghe e ci sarà la mattanza del verde pubblico.
E pensare che perfino gli indigeni avevano una ben diversa considerazione di noi piante.
Infatti, nel 1854, il capo pellerossa Seattle, durante la sua dichiarazione davanti al Gran Consiglio, pronunciò le seguenti frasi: “La linfa che scorre negli alberi trasporta la memoria dell’uomo rosso. Mentre i visi pallidi violano la terra dei loro figli e non se ne curano. L’aria profumata dal pino pieno di pigne è per noi sacra e preziosa. L’uomo bianco sembra non far caso all’aria che respira; come un essere agonizzante da molto tempo, è insensibile al cattivo odore che emana. La sua voracità distruggerà l’ambiente e lascerà solo un deserto. Dov’è il bosco? E’Sparito! Dov’è l’aquila? E’ Sparita! E’ la fine del vivere e l’inizio della sopravvivenza”.

Franco Sbrolla