‘Viaggio penitente’: film reportage sulla vita delle carceri

Recentemente con una autorizzazione speciale del Ministero di Grazie e Giustizia, siamo stati a fare con l’Agenzia Stampa Italia con la cui redazione collabora il nostro capo – reporter Cristiano Vignali, un film – reportage all’interno del Carcere di Madonna del Freddo di Chieti per mostrare all’opinione pubblica e ai comuni cittadini le condizioni di vita dei detenuti in Italia.

A tal fine è stata scelta proprio la Casa Circondariale di Madonna del Freddo a Chieti,  sopratutto per le sue modeste dimensioni che la rendono più a “misura d’uomo”, dunque più facilmente “studiabile”.  Il penitenziario di Chieti è un istituto di tipo trattamentale, cioè in cui si può osservare e rieducare il detenuto prendendosi direttamente cura di ciascun individuo proprio per le ridotte dimensioni della struttura che permettono una osservazione più efficace e dettagliata di ognuno di loro. Una struttura che funziona pressoché bene proprio per essere a misura d’uomo e che pertanto presenta una collaborazione molto stretta fra le vari componenti del personale e ovviamente una conoscenza accurata di ciascun detenuto. Il carcere di Madonna del Freddo ha attualmente circa 120 detenuti, quasi tutti italiani, di origini napoletane, poiché gran parte degli esuberi di Poggioreale vengono spostati sull’Abruzzo. I detenuti che scontano la loro pena nel penitenziario teatino hanno pressoché tutti commesso reati comuni e non sono perciò appartenenti alla malavita organizzata. La struttura soffre di un leggero sovraffollamento, in ogni caso molto minore rispetto a quello di altre strutture, non avendo molti detenuti extracomunitari accusati del reato di clandestinità, sopratutto dopo l’ultimo decreto di svuotamento delle carceri che ha preferito favorire l’utilizzo della detenzione domiciliare speciale e dei regimi di semilibertà come l’affidamento ai servizi sociali rispetto alla detenzione carceraria. In passato si sono toccati anche picchi di 170 detenuti con una media di 140, cifre che ora fortunatamente sono solo un ricordo. A tal proposito, nel Carcere di Chieti tutti i detenuti che non hanno delle situazioni ostative possono accedere a regimi di semilibertà con lavori anche presso enti e strutture esterne. Questa è una struttura che funziona abbastanza bene, che presenta i problemi generali della maggior parte delle carceri italiane:  bagno e cucina nello stesso locale;  “cesso” alla turca con doccia o water non separato assolutamente o separato dagli sguardi e dalla vita degli altri da un muretto alto appena un metro. Comunque sia l’istituto penitenziario di Chieti  permette un trattamento più umano del detenuto che vive la sua detenzione in armonia e collaborazione con il personale della struttura.
Anche le condizioni igienico – sanitarie sono discrete rispetto ad altre strutture con medici che puntualmente controllano lo stato di salute dei detenuti. I casi di violenza sono ridotti per l’assenza di spazi come le docce comuni. Di certo, non è un grande hotel, ma pur sempre un carcere e nelle stanze il cucinino è nello stesso spazio in cui c’è il lavabo e la doccia col piatto che funge anche da bagno turco dove si fanno i bisogni. E’ sicuramente migliore rispetto ad altri istituti penitenziari anche abruzzesi perché ha la doccia nella stanza di detenzione e non le docce comuni e questo riduce di molto la possibilità di stupri e violenze mentre ci si lava insieme.
Infatti, come ci hanno detto diversi detenuti intervistati, la casa circondariale teatina, funziona sicuramente meglio di altre strutture perché ci si conosce più o meno tutti. Segnale indicativo del buon lavoro del personale e dell’umanità della struttura teatina è che ci sono stati casi di detenuti che dopo aver commesso dei reati, raggiunti in latitanza da condanne da scontare in carcere, si sono andati a consegnare proprio al Carcere di Chieti.

L’unico vero neo è il sovraffollamento per cui l’Italia con la sentenza “Torregiani” è stata condannata. Per ovviare a questo problema sono state aperte le camere di detenzione durante la giornata dalla mattina alle 18.00, permettendo ai detenuti di potersi muovere liberamente nei corridoi e nelle sale dove si svolgono le attività. Ciascun detenuto nel carcere di Chieti svolge almeno due, tre attività trattamentali durante la settimana. Questo ha ridotto di gran lunga il numero delle ore in cui c’è il sovraffollamento che in pratica persiste soltanto la notte con problemi sopratutto nel periodo estivo in cui fa più caldo.  
Ma, non è tutto oro ciò che luccica. Esiste comunque una discrepanza fra il giudizio che danno del penitenziario i detenuti di sesso maschile da quello che dello stesso danno le detenute donne.
Infatti, se la situazione è di gran lunga positiva per gli uomini, resta  più critica per la sezione femminile dove lo spazio nel corridoio non è molto ampio e questo annulla gran parte del beneficio che si ottiene con le celle aperte durante la giornata. Inoltre, le attività da svolgere per le detenute sono ridotte rispetto a quelle per gli uomini. Questo, sopratutto perché il carcere di Chieti è una struttura penitenziaria prettamente maschile. Ricordiamo per maggiore intelligenza del lettore che solo il 5% della popolazione carceraria è donna, sopratutto perché con la maternità spesso le donne riescono ad evitare la detenzione all’interno delle carceri.
A tal proposito, pubblichiamo due stralci delle interviste fatte ai detenuti, la prima in una stanza di detenzione maschile, la seconda in una stanza di detenzione femminile proprio per far vedere la differenza di giudizio fra gli uomini e le donne a riguardo di una struttura che secondo la maggioranza resta comunque un “isola felice” rispetto ad altri penitenziari come ci hanno detto nel film anche dei detenuti provenienti da altre realtà.
Tratto da www.censorinoteatino.blogspot.it