Ponzano un anno dopo: la lettera

L’altro giorno sono tornato a Ponzano spinto dalla nostalgia dei ricordi e dalla curiosità di vedere il paese a un anno di distanza dalla terribile frana.

 

Ho rivisto per primo il fatiscente Palazzo Rosati sulla sinistra, poi l’Ermo Colle che ospita le scuole del capoluogo, sfollate dal terremoto, nell’ala a pianterreno adattata allo scopo, insieme a tanti terremotati, ospitati nei piani alti del complesso alberghiero.

Più avanti la strada sprofondata, ingoiata dalla terra per sei, otto metri di profondità. Nel paese le case appese da un lato, sventrate, contorte su sé stesse da una violenza implacabile, sono ancora lì ai lati delle stradine, immobili come per magia, come per l’effetto dell’incantesimo di una fattucchiera malvagia. A valle è cresciuta l’erba nei campi, sembra tutto tranquillo; solo che non vedi un’anima.

Più avanti il laghetto dove andavo a pescare da ragazzo carpe e tinche, mi ricordo che era pieno di salamandre dove l’acqua era più ristagnante. Scorgo una bottiglia che galleggia poco distante dalla riva, dentro sembra esserci un biglietto; tento di avvicinarla con un bastone; è tappata, l’apro e tiro fuori il biglietto: è una poesia scritta da qualcuno.

Si intitola “Ponzano addio!” I versi recitano: “In fondo al buio della notte/ mentre tutto intorno dorme ed è silenzio/ in silenzio giunge il mostro sotterraneo/ s’ insinua sotto le case/ sotto i campi bagnati di pioggia…// Poi grida il suo urlo di terrore/ un boato/ smuove tutto il paese/ trascina il mondo a valle!/ È la frana, è la frana!/ Presto, è la fuga la salvezza della gente,/ le case ormai sono andate./ Bisogna andare lontano./ Bisogna lasciare Ponzano!// Giù da mezzo la valle,/ mentre tutti vanno lontano,/ un lamento sale accorato,/ il pianto di un vecchio che resta:/ Non posso andare…/ non posso lasciare Ponzano!//”

 

La firma non c’è, solo una lettera puntata, sembra una ‘m’ o una ‘e’, e una dedica: “A mio padre”. La scrittura esile, elegante, leggermente inclinata in avanti, non può che essere di una donna. Provo a fare delle supposizioni, ma subito mi arrendo.

Ormai i nomi sono come le case, perduti anche loro nel silenzio. È il gesto romantico di qualche ragazzo o ragazza, penso. È davvero strano, in quest’epoca dove tutto ‘frana’, in questi posti dove aleggia il dramma, che a qualcuno sia rimasto un residuo di romanticismo.

Ma chi è disposto ad ascoltare il lamento accorato di una poesia? Rimetto il biglietto nella bottiglia, la richiudo bene con il tappo e la ributto nel lago. Il destino di Ponzano ormai è segnato. Meglio che quel lamento torni tra i pesci e resti muto per sempre.

 

Lettera firmata